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Francesca Morvillo, storia di un amore tra toghe

Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore”. Queste le parole di una moglie, di un’amante e di una donna. Sono le parole di una compagna di vita, di una collega. Sono le parole di Francesca Morvillo, moglie del magistrato Giovanni Falcone, morta insieme a lui nella strage di Capaci, avvenuta 28 anni fa proprio in questo giorno.

Il 23 maggio è un giorno dedicato al ricordo. Giovanni Falcone è stato la principale vittima di quel terribile gesto, ma con lui hanno perso la vita anche tre uomini della sua scorta e sua moglie. L’obiettivo della criminalità organizzata 28 anni fa era quello di dare un messaggio forte e limpido: non dovete intralciarci. Oggi, 28 anni dopo, ci si rende conto di quanto il tempo e l’esperienza sappiano parlare più forte della morte. Da quel giorno, le coscienze di cittadini, giovani e milioni di italiani si sono svegliate.

Quell’avvenimento è una storia di lotta, di sudore, di coraggio e di vita. Ma è anche la storia di una donna, Francesca Morvillo, che ha condiviso con il giudice Falcone gli ultimi anni della sua vita e che è morta, con lui, per la sua stessa causa. La sua figura è spesso rimasta nell’ombra, ma sarebbe interessante scoprirne qualche profilo vedendola non solo come la moglie di Falcone, ma come donna e come professionista.

Chi era Francesca Morvillo: la carriera

Forse non tutti sanno che anche Francesca era un magistrato. Da sempre cresciuta in un ambiente votato alla legge (il padre era sostituto procuratore e il fratello entrò in magistratura), si laurea a soli 22 anni in giurisprudenza con 110 e lode. È stata giudice del Tribunale di Agrigento, Sostituto Procuratore al Tribunale dei minori di Palermo dove ha anche ricoperto il ruolo di consigliere della Corte di Appello e infine membro della commissione del concorso in magistratura.

Quando conobbe Falcone, sapeva che avrebbe sposato non solo l’uomo, ma anche la causa. Sapeva che la sua vita sarebbe stata più difficile che mai, sapeva della scorta, sapeva delle vicende che avrebbero avvelenato la loro vita coniugale. Lo sapeva perché era dell’ambiente, ed era pronta a restarci dentro.

La vita con Giovanni Falcone

Francesca è stata la compagna di Falcone senza mai abbandonare la sua professione e continuando a dedicarsi alle vicende minorili. Tuttavia, dopo il fallito attentato dell’Addaura dove entrambi rischiarono di perdere la vita, Falcone accettò il trasferimento a Roma come Direttore degli Affari Penali del Ministero della Giustizia. A quel punto, la Morvillo chiese al CSM di essere trasferita a sua volta “per mantenere l’unità del nucleo familiare”.

I due, come è risaputo, non ebbero mai figli (e venivano da matrimoni precedenti), ma ci tenevano a restare insieme, forse perché sopportare il peso quell’impresa titanica era più facile in due. O meglio, meno difficile.

Per queste scelte, ottenne la medaglia d’oro al valor civile a posteriori, sempre il 23 maggio del 1992: “Coinvolta, insieme al Magistrato, in un vile e feroce agguato, sacrificava la propria esistenza vissuta coniugando ai forti sentimenti di affetto, stima e rispetto verso il marito, la dedizione ai più alti ideali di giustizia”. Non solo, quindi, la degna consorte di Falcone, ma una donna dedita alla causa, dedita alla legalità e alla lotta alla mafia.

Al momento dell’attentato, Francesca non morì sul colpo: fu trasportata in ospedale nel reparto di neurochirurgia. Prima di perdere completamente conoscenza, le sue ultime parole furono “Dov’è Giovanni?”. La prima domanda, e anche malauguratamente l’ultima, che ha rivolto al marito prima di spirare.

L’unico magistrato donna ad essere assassinata in Italia

Francesca Morvillo porterà per sempre legato al suo nome un altro fatto: è stata l’unico magistrato donna ad essere assassinata in Italia. Era anche lei un obiettivo? Faceva paura anche lei? Forse si pensava che, dopo la morte del marito, avrebbe potuto impegnarsi con ancor più dedizione di quando già non facesse. Queste figure sono sempre state scomode.

In ambienti di quel calibro, sembra che la morte sia una medaglia. Un onore, quello di essere ucciso per la causa: solo così si dimostra di aver lottato davvero, di averci creduto fino in fondo. Un destino che è toccato a molti, troppi personaggi che a questa lotta hanno dedicato la propria intera vita professionale.

Ed è toccato anche a Francesca che, appunto, non era solo una donna e una moglie. Era parte attiva di quel processo; non “costola” di un uomo, ma compagna, non solo amante, ma collega. Questa è la storia di una donna, è la storia di una coppia, è la storia di quanto di più personale e intimo ci sia dietro l’immagine sicura e pacata di due personaggi istituzionali che, prima di essere magistrati, sono persone.

fonte metropolitanmagazine

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